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MICHELE LALLA  
  UNA GENERAZIONE ALLA RICERCA DEL PADRE
Commento a «Dialoghi con il padre» di Marco Fregni
 
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Ci sono stati anni nei quali l’entusiasmo giovanile ha veicolato sogni e speranze nel futuro attraverso la trasformazione sociale e il distacco dalla famiglia, coinvolgendo piú di una generazione. Anni di rivolta «contro» l’esistente: la società, la scuola, la famiglia, la madre, e il padre. La palingenesi proiettata all’esterno scaturiva, forse, dall’interno. Il desiderio di cambiamento pulsava nei territori piú intimi, quello spazio inesplorato che generava movimenti ai quali la sottrazione era non meno forte dell’addizione e l’apparente sentire celava spesso il contrario del reale sentire: una enantiodromia che portava, infine, alla resa dei conti perché la «morte» della famiglia sottendeva solo l’anelito dell’intelletto e del cuore verso una migliore configurazione dei rapporti interni, la negazione del padre rappresentava la sua piú vitale affermazione necessaria all’esplorazione geografica di quel paesaggio interiore dove rin-tracciare le isoipse della orografia del sé tra le coordinate di un dialogo indispensabile all’orientamento del discorso, ma allora era spesso sconosciuta e inconsapevole: «Di nuovo tra noi quelle minime/ geografie, voci, che tentavano il buio» (p. 42). Un buio da diradare che avvolgeva moti e sentimenti, pulsioni e aspirazioni; veli da sollevare per ritrovare sé stessi e essere sé stessi di fronte alla morte. Il padre diventava lo statuto, l’istituzione da abbattere e, invece, era, oggi piú di ieri, il veicolo di riflessione, pietra miliare di passaggio, termine di confronto, interlocutore necessario che con il dialogo riportava al bene e all’amore, all’elemento originario di maieutica insopprimibile.
La raccolta di Marco Fregni, «Dialoghi con il padre» sembra collocarsi in questo scorcio temporale e contestuale, forse, in questo comune sentire di una intera generazione che fa i conti con sé e con il mondo che una volta contestava o al quale si opponeva. Il sembrare, espresso per denotare l’inquadramento del lato «pubblico», può rovesciarsi solo nell’ottica individuale del lettore; tuttavia, i legami che emergono dal lato «privato» corroborano l’ipotesi perché il percorso letterario trascende le mere circostanze della tragicità del fatto per diventare discorso in sé e sul sé, attraverso l’inesausta ricerca della distanza incommensurabile tra gli esseri che spinge a pensare continuamente al metro che possa trovare il passo al contatto impossibile: una vicinanza che è solo giusta distanza, stabilita con il metro dei versi e con la poesia che unicamente rendono possibile l’impossibile. Tale deduzione sconfina dai testi che sono puntuali, densi, quasi fattuali, alieni da asserzioni di intenti metafisici, benché il crinale perseguito sia in sé squisitamente metafisico.
La raccolta è suddivisa in sette sezioni i cui titoli rappresentano una circolarità, che non è solo il movimento plotiniano dell’anima, ma il percorso della vita, dove nascita e morte sono l’anello di congiunzione dell’inizio e della fine: «E s’allontana da te» è, infatti, la prima sezione che annuncia ex-abrupto il distacco o la divergenza dello spazio di intimità; si conclude con «D’ogni padre, padre», che sembra sottende un passaggio trascendente e totalizzante, una estensione all’esistenza stessa del divenire sé, come assurto a padre di tutto, per «sottrarre ogni giorno all’ombra» (p. 88). Dall’ombra si deve uscire per scoprire il volto delle cose, nell’ombra bisogna entrare per comprendere la natura che ci appartiene, l’ombra che ci ripara è quella che ci oscura e ci nasconde agli altri e, dunque, occorre diradare per diventare visibile agli altri, ma anche a sé come inevitabile riflesso. Un’opera di scavo che si rintraccia in ogni verso, anche senza un esplicito riferimento: «Non conosci il destino dell’ombra. Né/ implori altro sangue. Adesso è soltanto/attesa senza respiro, sogno deserto,/ stanza ormai spenta. E arretri dove/ il grande fiume si arresta». Si descrive una agonia che ha sfiancato tanto l’uomo da non avere piú forza di chiedere neanche la fine perché lo spirito è pronto e la desolazione è padrona dello spazio: la stanza è in penombra, senza luce, come lo spirito è spento, fiaccato. Ci si ritira dove anche le acque si ritirano, dove la vita si esilia dall’acqua, simbolo di crescita e mezzo necessario alla crescita. La descrizione realistica non è fine a sé stessa, né è l’obiettivo, ma è il veicolo che spinge a un livello piú alto, piú spirituale, piú intimistico che investe le parti interiori della voce narrante, del lettore perché nessuno conosce il destino dell’ombra, intesa come la nostra parte oscura che costituisce il nocciolo del nostro essere. In questa ignoranza vaghiamo e ci arrovelliamo per scoprire qualcosa su di noi, sul presente, sul futuro, su ciò che siamo e non siamo, su ciò che vogliamo e non vogliamo, su ciò che possiamo e non possiamo. L’ignoranza della nostra ombra è la cifra che contraddistingue l’essere e molte poesie della raccolta, muove per sentieri diversi le nostre azioni e i nostri pensieri, richiama alla poesia, si scopre di fronte alle insolubili domande sulla perdita.
Ogni perdita costringe alla elaborazione del lutto e la scrittura è un mezzo; ma qui si va ben oltre la strumentale liberazione perché l’evento è anche un pre-testo per passare l’angusta porta del nulla e della morte, del vuoto che si apre a una dipartita e della prospettiva salvifica della poesia stessa attraverso l’ascesi rigenerante che si sviluppa nella fucina della creazione: un dialogo di amplificazione della conoscenza e dell’amore, una conversazione di testimonianza e di viaggio nei ricordi: «Ancora nostri quegli anni, fusi/ nell’abbaglio delle strade, raccolti/ … fiume incessante, al confine/ di ogni memoria»; un passato che è presente attraverso la rievocazione, un rivisitare mentale e spirituale che è commemorazione e affezione, nostalgia e malinconia, realtà e irrealtà, distanza e vicinanza. O, forse, l’autore si pone di fronte alla morte, senza un riferimento metafisico e religioso stabile e definitivo, senza un ancoraggio precostituito, ma come un uomo alla ricerca di sé che diventa sé anche attraverso questa esperienza vissuta nella figura del padre: rivisitare il padre per diventare padre, dialogare con lui per riscoprire l’essenza dell’essere «lui».
La separazione è il guado oltre il quale passare per trovare la congiunzione, un legame impossibile che si sostanzia nel presente attraverso il rito dell’evocazione, un ritorno al passato per proiettarsi nel futuro, dove quel che è perso è perso: «Dove/ …/ la tua/ voce/ di/ padre?/Perduta/ per/ sempre» (p. 91), ma si continua ancora nel presente con la ricchezza delle emozioni che scaturiscono dai percorsi ripercorsi in un quotidiano fare: «Stasera ho deciso cose d’ogni/ giorno. Eppure silenzioso ti ho sentito/ immerso, immenso nei lontani golfi/ della morte» (p. 90).
La voce, gli occhi, le mani si intrecciano nei versi con l’ombra per disegnare una trama che tesse confini resistenti all’oblio e alle deformazioni del tempo: immagini che pulsano nel nome e nella luce. Le frasi si rincorrono sospese con sapienza nelle pause, nelle interruzioni, nel non detto per quanto pesi il solo e laconico detto. La poesia di Marco Fregni è delicata e raffinata; si manifesta con parole appena accennate, dettagli che restituiscono riflessi sottili e cangianti quali quelli di un caleidoscopio e sviluppano una atmosfera magica e densa di silenzi sospesi nel vuoto delle pause che riconducono al mistero della parola, uno stile inconfondibile, proprio e individuale che porta in filigrana il marchio del Laboratorio di Poesia di Modena del quale è stato socio fondatore. Ci ha donato un’opera elegante, raffinata, equilibrata, e avvincente che riesce a infondere emozioni e a suscitare sentimenti profondi.
(Luglio 2008)

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